Com’è quando i tuoi sogni sono altrettanto reali della vita

Questo articolo è una toccante intervista ad una donna americana di 36 anni che soffre di Maladaptive daydreaming, tradotto per il pubblico italiano. L'articolo originale è apparso sulla rivista online The Science of Us (a questo link).

 

  • Parte 1
I sogni sono cose strane e incomprese. Questa settimana “Science of Us” esplorerà le ultime ricerche che aiutano a spiegare cosa sono, cosa significano e in che modo condizionano le nostre vite da svegli.
Nel 2002 un professore e ricercatore israeliano chiamato Eli Somer pubblicò una ricerca che descriveva una condizione che chiamò “Maladaptive Daydreaming” (si può tradurre in italiano con “fantasticare compulsivo”), un disordine nel quale le persone trascorrono circa il 60% del loro tempo da svegli in un mondo immaginario auto-creato. Lo studio aveva i suoi limiti, ma il comportamento che descriveva era affascinante.
Coloro che ne soffrono sanno che quel mondo è di fantasia, e riescono comunque a mantenere il contatto con il mondo “reale”, ma in casi estremi “l’estesa attività di fantasticare rimpiazza l’interazione umana e/o interferisce con il funzionamento della vita accademica, interpersonale o professionale”. In questa ricerca, Somer tracciò una connessione con un trauma, dal momento che i suoi sei soggetti di studio erano tutti stati abusati sessualmente da piccoli).
Nel 2011 una “maladaptive daydreamer” (sognatrice compulsiva) dal New Jersey chiamata Jayne Bigelson s’imbatté negli studi di Eli Somer e convinse la sua psichiatra di scrivere un anonimo caso studio su di lei. Quindi, collaborando con Cynthia Schupak, ricercatrice allo Hunter College, la Bigelson cooperò ad una ricerca che esaminava 90 individui che si autodefinivano fantasticatori non ordinari. Negli anni che seguirono, la Bigelson lottò per attirare l’attenzione della comunità medico-psichiatrica su questo disturbo poco studiato. (La Bigelson, da parte sua, non condivide la teoria del trauma di Somer).
Qui (in questa intervista), una donna di 36 anni di Portland (Oregon), ci descrive quanto opprimente può essere.
Fino a che punto diresti che la tua vita è stata cambiata dal tuo daydreaming?
Le mie primissime memorie sono di fantasie. Ricordo che fantasticavo di arrampicarmi su un arcobaleno e raggiungere una terra di principesse. Ora ho 36 anni e mi ritiro ancora nello stesso mondo fantastico di quando avevo 9 anni.
Che cosa intendi per “mondo fantastico”?
All’inizio, questo mondo era una città inventata senza nome in California, ma quando ho compiuto 20 anni mi sono trasferita in Francia per alcuni anni, e così hanno fatto anche i miei personaggi. In quei giorni, il mio mondo si era trasformato in uno stato che governavo in quanto regina. Ero ciò che gli studiosi chiamano “sognatrice compusiva” (maladaptive daydreamer).
Che cos’è esattamente?
Una dipendenza dalla fantasia. Ce ne sono diverse forme. Alcune persone fantasticano sulle celebrità, mentre altre, come me, basano le proprie fantasie quasi esclusivamente su personaggi di propria invenzione, Possono essere più visive, uditive, emozionali, sensuali, intellettuali. Possono creare estesi mondi fantastici o sogni singoli. Alcune persone hanno moli mondi. Alcune hanno trame che variano. Penso che ci sia tutto uno spettro di gravità tra coloro che hanno questa dipendenza. La sola cosa che sembra unificare tutti noi è la capacità che ci vuole per provare a vivere in due mondi allo stesso tempo.
Due mondi? Sembra un bel peso.
Non vogliamo necessariamente vivere così. Può essere altrettanto paralizzante di qualunque altra dipendenza perché non riusciamo ad allontanarcene. Ma anche, come qualsiasi altra droga, quando controllata, può essere assolutamente meravigliosa. Può arricchire e valorizzare le nostre vite in modi che gli altri non possono comprendere. Per esempio, io posso stimolarmi anche senza un partner, e non intendo solo sessualmente. Posso avere stupendi dibattiti intellettuali senza avere qualcun altro con cui parlare.
  • Parte2
Ma vedi anche dei lati negativi?
Quando lo dico ad alcune persone, loro dicono ad esempio: “oh, sono solo sogni ad occhi aperti. Come possono essere pericolosi?”. Non hanno idea che la fantasia possa devastare la tua vita – come qualunque altra dipendenza. La mente è la droga più potente, ed è una droga di cui si ha accesso illimitato.
Quando la fantasia era una tale parte della tua vita, potevi controllarla in qualche modo? Quanto spesso sognavi?
Se avessi potuto controllarla, allora non sarebbe stata compulsiva, giusto? Penso veramente che sia una dipendenza. Pertanto, se potessimo scegliere, sarebbe come se un alcolista potesse scegliere: “Okay, berrò solo un bicchiere di vino oggi”; perché in quel caso, non sarebbe un alcolista, non è vero? Chiedermi quanto spesso sognavo ad occhi aperti è come chiedermi quante volte respiravo in un giorno. Di recente ho letto da qualche parte che le persone sognano ad occhi aperti 2000 volte al giorno. Le persone normali. Quindi, immagini noi? Ad ogni occasione andavo a stendermi o soltanto venivo risucchiata dentro la fantasia, ed era così difficile spegnerla. E’ come avere sempre a disposizione una fantasia su misura, una soap opera, un film d’azione, qualunque cosa tu desideri, che va in onda nella tua testa tutto il tempo. Un alcolista può essere a corto di alcolici o di denaro, ma non si può essere a corto di…mente. Semplicemente non puoi dire a te stessa di smettere di pensare.
Che tipo di fantasie, o “mondi”, sogni?
Ho provato diversi mondi di fantasia che comprendevano principesse e fiabe. Ho anche avuto sogni relativi alle mie curiosità sessuali. Ma da quando ho circa 9 anni, ho trovato un sogno fisso che è rimasto lo stesso anche oggi. Il “cast” dei miei personaggi compensava ciò che non avevo nel mio “mondo di fuori”. Ironicamente, ho chiuso un cerchio, perché i miei personaggi sono dei reali, ma dei reali “seri”, del tipo “governiamo il paese”.
Com’e esattamente questo mondo? Chi sono i personaggi?
E’ una dinastia famigliare. Avevo le figure delle madri, delle sorelle, dei fratelli, dei padri. Anch’io ero un personaggio, ma in una versione idealizzata di me stessa. Intendo dire che avevo tutte le difficoltà del mio mondo-di-fuori, ma avevo anche altre abilità.
Quindi te in una forma “ideale”?
Il problema è che i miei sogni non sono molto visivi. I personaggi, abbastanza come le persone nella realtà-di-fuori, mi sembrano più o meno tutte le stesse. Ma il mio personaggio è sempre stato una versione migliorata di me – più magra, più carina, più brava in tutto. Negli ultimi anni, ha preso altre proprietà da me: ha cambiato colore e taglio di capelli quando li ho cambiati io e il suo viso comincia ad assomigliare al mio… ma solo fino al punto in cui io sono in grado di immaginarlo.
La me-stessa immaginaria trascorre il tempo assieme a persone che la amano e valorizzano. La abbracciano quando piange. Consolano il nostro dolore, ci incoraggiano a cantare, recitare, ed io, o “lei”, li abbiamo aiutati ad affrontare il dolore delle loro esperienze e fare pace con il loro passato. Hanno forgiato forti legami che non si sono mai spezzati.
E come si dispiega tutto questo?
Ci sono diverse trame che si intrecciano. Come in una soap opera. Il mio personaggio è cresciuto nel tempo reale ed il mondo che ho creato è esistito nel tempo reale. Così quando non stavo fantasticando, loro continuavano a vivere la loro vita e io poi dovevo rimettermi al passo. Entravo nel sogno pensando: “Che è successo nel frattempo?”
E’ come una soap opera quanto ti perdi qualche puntata?
Più come un reality, inedito. Cercavo di rimettermi al passo. Pensavo per esempio: “ok, che hanno fatto? Hanno finito quel progetto? Che età hanno i bambini adesso? L’altro personaggio si è trasferito?”. Una cosa che metto in discussione è la nozione secondo la quale il mondo fuori è realtà e quello dentro è fantasia. Quando io sogno ad occhi aperti, sto vivendo e provando emozioni. Ciò è realtà. Ho visto i miei personaggi crescere, sposarsi, avere bambini, incontrare nuova gente.
Immagino che sia difficile spiegare a parole tutto questo come lo sarebbe descrivere un sogno, ma potresti dire che c’è, diciamo, una trama?
So che ti sto bombardando, ma ogni cosa nella mia testa è lunga e complicata.
Non ci sono storie corte. Quando faccio partire una buona trama, semplicemente non riesco a fermarmi. Spesso, la roba di tutti i giorni riguarda gestire il governo, le problematiche familiari (che possono essere drammatiche), fare film, qualche storia d’amore, carriera, iniziative creative dei vari membri della famiglia, vari giochi creativi ed intellettuali tra di loro, e simili. E’ molto stimolante, emozionalmente ed intellettualmente, ma non è sempre come una grossa favola. Qualche volta è solo come un livello superiore di vita. Provo a farti un esempio. Questa è la storia della Regina Rossa:
“Nel lontano oriente, c’era un paese governato da una regina cattiva. Non aveva altro nome che Regina Rossa perché le sue azioni brutali portavano un peso che nessun altro nome poteva reggere. Si deliziava ad uccidere i suoi nemici – lo assaporava. Il suo popolo raccontava storie che parlavano di come i suoi distintivi abiti rossi fossero tinti nel sangue delle sue vittime assassinate, ma la raccapricciante realtà era che tutto ciò era completamente vero.
Un giorno, infatti, mentre stava allegramente facendo decapitare qualcuno indossando un lungo abito bianco, scoprì che il sangue che schizzava su di esso ne faceva il raso più bello di sempre. Dopo di ciò, insistette per far tingere i suoi più preziosi abiti nel sangue dei suoi nemici. Pochi conoscevano questo raccapricciante fatto, ma quei pochi sapevano quanto la dovevano temere. La regina aveva anche un figlio che era forte, attento all’etica e alla morale, nonché ligio al dovere e di bell’aspetto. Amava anche viaggiare. Anche se apprezzava il suo dovere nei confronti del trono, aspirava al vero amore e non voleva essere forzato in un matrimonio combinato. La madre tollerava i suoi viaggi all’estero, ma aveva messo ben in chiaro, ricordandoglielo con i suoi abiti macchiati, che avrebbe dovuto sposare una donna scelta da lei e nessun altra. Gli disse che se avesse generato un erede da chiunque altro, quell’erede sarebbe divenuto tintura per il suo vestito. Così poco valeva la vita per lei. Suo figlio era il suo sangue. Le altre vite solo macchie sui suoi abiti, una volta che non erano più utili o che l’avessero irritata…”
Di questo passo, potrei andare avanti a parlare tutta la notte. Non ho nemmeno raccontato la storia divertente del balletto nell’acqua…
  • Parte 3
Com’è cominciato tutto?
Sono cresciuta con un grande senso di colpa. Ogni volta che qualcuno diceva di amare la propria madre, io mi sentivo morire dentro, perché io non l’amavo. Ero spaventata, persino terrorizzata, ad ammettere che non amavo mia madre. Così nei miei sogni ad occhi aperti, non permettevo a me stessa di pensare a lei come ad una madre. All’inizio avevo paura ad amare i miei personaggi a causa di questo senso di colpa proveniente dal mondo-di-fuori. Pensavo di essere una persona orribile, cosicché noi (il mio personaggio ed io) eravamo in una continua lotta con il nostro desiderio di amare gli altri, (anche gli altri fittizi) mentre non amavo coloro che “avrei dovuto” nel mondo-di-fuori. Fu un periodo doloroso. Infatti, non considerai quella donna come mia madre fino a che non ebbi vent’anni, quando me ne andai di casa. Il personaggio di mia madre ed io diventammo una vera famiglia solo quando mi trasferii in Francia (nel mondo-di-fuori). Il mio personaggio e suo marito si trasferirono pure in Francia nei miei sogni. E fu in Francia quando ebbero i loro primi bambini. La loro era una vita glamour. Viaggiavano in molti luoghi girando film o andando in tour. Una volta provai a scrivere tutta questa storia e lo feci da quando il mio personaggio aveva 14 anni – erano quasi 10 pagine e quasi non avevo neanche cominciato. Vedi, è un’arte che è destinata a rimanere interna. E’ la mia arte interiore ed è difficile per l’artista convogliare questo mondo verso gli altri. Penso che altri sognatori compulsivi sarebbero d’accordo con questo: sono cresciuta in questo mondo. Questo mondo è stato la mia principale realtà per la maggior parte della mia vita.
Sembra esasperante.
Immagina un drogato bloccato in un vicolo, incapace di fare altro che pensare alla droga, trovare la droga, farsi di droga… eccetera. La sola vita è la droga. Non può fare nient’altro. E’ il male nella sua forma peggiore. Può essere difficile pensare che qualcosa di così commune come il sogno ad occhi aperti possa essere tanto malvagio, ma la mente è la singola cosa più potente che abbiamo. E’ la mente che rimugina fino a creare tutte le droghe. La mente è di certo la più potente di tutte le droghe. E non si può esaurirne le scorte.
Puoi controllare quando entri in un sogno ad occhi aperti? Avviene un processo?
Il mio cervello è caos, tentare di dare un senso a tutto quanto è come allevare un gregge di ratti. Di certo non posso dire a me stessa quando sognare e quando no. Posso, diciamo, capire il momento nel quale comincio ad andare alla deriva e lasciare che accada. Se provassi a dirmi “Ora inizio a sognare”, presumo che ad un tratto non sarei in grado di elaborare la trama. E’ un mondo così interiore. Puoi dire a te stessa quando avere una conversazione intellettuale o quando scrivere una storia grandiosa? Allo stesso modo non puoi semplicemente dire: “okay, adesso creerò una bellissima trama”.
In alcune persone la fantasia viene innescata da suoni o immagini, capita anche a te?
Per me, il problema sono i tempi morti. Ad esempio, amo camminare ma vivo in un’area urbana dove è abbastanza pericoloso. Mi trovo ad andare alla deriva in mezzo al traffico. Mi ricordo una volta che camminavo attraverso un ponte e qualcuno ha cominciato a gridare: “Hey, ferma, ferma! Sta per sollevarsi!” Non l’avevo nemmeno notato. Ogni cosa che sia monotona può essere un innesco. Io non guido. Non sono riuscita a focalizzarmi abbastanza da passare l’esame ed ero preoccupata del pericolo di perdere il controllo della macchina se cominciavo a sognare.
Le storie possono prendere una vita tutta loro. Alcune di questa storie vorrei indirizzarle in um certo modo, ma non sono proprio capace di dare loro quella direzione. I personaggi non ci stanno. Per esempio, c’era un personaggio che era partito come amico del mio personaggio, ma poi è diventato un personaggio oscuro, era meschino e non sono mai riuscita a farlo diventare gentile, non sono mai riuscita a risolvere i problemi tra di loro. Era diventato geloso degli altri amici. Lei aveva sviluppato altre amicizie dove i personaggi erano più protettivi e stimolanti e lui era sempre in agguato, negativo, e quando lei si trasferì, non riuscì a liberarsi di lui. Saltava sempre fuori. Così pensai che per liberarmi di lui avrei avuto bisogno di scontrarmi duramente.
Così ho creato un’intera storia – qualche volta creo delle storie retroattive. Lui era ossessionato da lei, la voleva come suo giocattolo. Non sessualmente, ma tipo una sua Barbie. La voleva tenere in punta di coltello. La voleva afferrare. Comunque, lei aveva un amico cintura nera di karate che la salvava ogni tanto. Però proprio non riuscivo a liberarmi di questo personaggio, che ricomparve brandendo un coltello quando lei (io) era tornata dalla Francia e stava guidando un’auto, insieme alla sorella. Anche gli ordini restrittivi non funzionavano. Lui finì per assassinare la propria madre, mentre il padre e la sorella fuggirono; il mio personaggio cercò una zona isolata perché sapeva che la stava seguendo, pertanto provò ad avvisare tutti. Chiamò il 911, ma non le credettero. Fuggì in un ristorante appena aperto e gridò al proprietario: “chiama il 911, scappa o ti ucciderà”. Quando la catturò, la trattenne per ore. Voleva vederla morire lentamente, lei lo sapeva, l’istinto la porto a lottare, lui la pugnalò, lei sperava che sarebbe arrivata la polizia, ma non accadde. Poi, mentre lui si stava chinando, lei prese la pistola dalla sua tasca e gli sparò (a proposito, personalmente non approvo le armi). Mentre giaceva quasi morente, la madre di lei e altri parenti la trovarono (...) La sorella, che era una dottoressa, la ricucì. Affrontò una lunga convalescenza a causa delle 18 pugnalate.
So che è lungo e tortuoso, ma il senso di tutto ciò era semplicemente liberarmi da quel personaggio. E’ stato uno stalker per dieci anni. Per dieci anni, non sono riuscita farlo uscire dalla mia vita. L’avevo creato a 13 anni! Non potevo semplicemente cancellarlo dalla storia. Continuava a tornare.
A parte per questo caso di omicidio, che altro fanno I personaggi?
Hanno conversazioni molto stimolanti. Se hai problemi a seguirmi, immagina avere dieci me in una stanza!
  • Parte 4
Fai sesso o hai delle relazioni nei tuoi sogni?
Sì. Il mio personaggio ha un marito. E…diciamo che non ho bisogno di un giornale porno. Addirittura non ho nemmeno bisogno di toccarmi per eccitarmi. Riesco a masturbarmi nel mio cervello. Non so se ho avuto un vero orgasmo, ma ci sono arrivata vicino: al punto in cui ho dovuto fermarmi e pensare: “Wow, questo è strano.”
L’elemento sessuale è sempre stato presente nel tuo mondo di fantasia?
Il mio personaggio è diventato sessualmente attivo a 15 anni, mentre io non prima dei 18. Lei stava con il suo fidanzato da un anno ed erano innamorati pazzi. E’ incredibile essere in grado di masturbarsi senza toccarsi. E ad ogni modo, personalmente trovo l’idea di toccarsi laggiù un po’ grezza. Io non devo. Ma per riuscirci, devo essere nella storia, entrare nello stato d’animo giusto, esserci davvero “dentro”.
Quando fantastichi in pubblico, ti capita mai di parlare con i tuoi personaggi o di intrattenerti con loro?
Non mi piace fantasticare in pubblico. Mi distrae, ma, come dicevo prima, a volte non posso farne a meno. Mi capita spesso di fare certe espressioni facciali. Magari ridacchio o reagisco come se stessi parlando a qualcuno. Ecco, dove vivo, ci sono sempre delle persone matte che se ne vanno in giro parlando da sole. Io non sono così. Non credo veramente che ci sia qualcuno lì con me. Ma nella mia testa, i personaggi conversano e magari io reagisco. Di solito non parlo ad alta voce, ma a volte mi capita di ridacchiare un po’, ed è imbarazzante. Ma in centro a Portland è altrettanto probabile essere abbracciati da uno sconosciuto a caso come sentirsi gridare contro o giudicare da uno.
Parlami di più dei tuoi contrasti interiori.
Sono cresciuta in un angolo di mondo (il sud dell’Oregon, per la precisione), dove c’è solo la spiaggia e assolutamente niente da fare o nessuno di interessante con cui parlare. Tutti sono razzisti, omofobi, o nella droga. E’ un posto orribile. Nella mia vita-di-fuori, ero estremamente depressa. Ero grassa. Non piacevo a nessuno, e quando lo dico, lo intendo per davvero. Andai all’università, ma avevo difficoltà a concentrarmi. Era quasi impossibile tirarmi fuori dalle mie fantasticherie. Nonostante fossi intelligente, non riuscivo a studiare. Proprio non riuscivo a saziarmi di fantasie, non riuscivo a concentrarmi abbastanza da leggere. Ovviamente, quando dicevo alle persone che non riuscivo a leggere, loro dicevano: “oh, leggi questa frase”, e io lo facevo, e loro: “Vedi che riesci a leggere!”. E io “Ma non è questo che intendo”. Io vedevo una sequenza di parole a caso. Alla fine lasciai l’università.
Pensi che interiormente trovavi le conversazioni a cui anelavi e che non riuscivi ad avere nella realtà?
I personaggi sicuramente colmavano il vuoto emotivo lasciato dall’essermi sentita non amata da mia madre e non in grado di amarla. Inoltre non avevo amici, così i personaggi colmavano anche quel vuoto. Ma sapevo che mi stavo allontanando dalle persone nella vita reale. Quel mondo ti trascina, così ti è sempre più difficile interagire con le altre persone.
Che cos’hai fatto dopo che hai lasciato l’Università?
Ho lavorato come domestica. Lavoravo in un ufficio dove pulivo gli spogliatoi e i bagni degli uomini. Facevano pipì sul pavimento come se fosse un orinatoio. Ho dovuto vedere questi uomini disgustosi ed avere a che fare con la loro pipì, che era dappertutto. Passavo il mocio vestita con quella vecchia uniforme cascante. Poi, a vent’anni, ho finalmente trovato il coraggio di lasciare la mia famiglia. Mi sono trasferita in Francia e tagliato tutti i rapporti. I francesi hanno un proverbio: “Meglio soli che male accompagnati”. Sono rimasta due anni, durante i quali ho affrontato tutto l’intero spettro emozionale, dalla bellezza di sentirmi a casa per la prima volta all’estrema solitudine ed isolamento di essere costantemente trattata come una straniera nell’unico posto in cui mi ero mai sentita a casa. Era una solitaria beatitudine.
Hai menzionato diverse volte il fatto che ti sentivi sola e non amata….com’era a casa?
Un incubo. La donna che mi ha cresciuto (non la chiamo mia madre) aveva un sacco di problemi emotivi. Mi sentivo un errore. Non mi sentivo voluta. Lei passava da un lavoro all’altro e contava su mia sorella maggiore per un supporto emotivo. Mia sorella faceva qualunque cosa la mamma le dicesse e spesso scaricava tutto su di me come meccanismo di sopravvivenza. Da allora abbiamo fatto pace. Quando avevo sette anni, la mia madre biologica trovò un uomo che si prendesse cura di lei. Lo trattava come un santo solo perché aveva acconsentito a prenderci tutte con sé. Ma era un essere umano orribile – sempre arrabbiato. Supponeva che tutti fossero stupidi e li sminuiva. Sapeva anche come affascinare, così la gente pensava che fosse così una brava persona, ma io vedevo la verità. A porte chiuse, urlava e gridava e mi diceva che ero stupida o che non valevo niente.
Lo affrontavi o evitavi il conflitto?
Ciondolavo in giro fantasticando. Ero depressa e non riuscivo a concentrarmi su nulla, in casa non facevo nessun lavoretto domestico. Credo che fossi scossa da tutto quel gridare, pertanto a scuola non andavo d’accordo con nessuno. Poi, quando ero con la mia famiglia, ero il capro espiatorio. Tutto quello che andava storto in casa era colpa mia. Secondo il parere di tutti quanti, io ero grassa, solitaria, silenziosa e pigra. Durante le pause stavo in casa, fantasticando.
Quindi tu eri quella che assorbiva lo stress e le tensioni dell’intera famiglia.
Sì, e davvero mi colpevolizzavano per tutto. Appena lui rientrava dal lavoro, sentivo gridare le parole: “e quella bambina…”, e io sapevo che il resto della sera sarebbe stata incentrata su di me. Intendo dire gridare a pochi centimetri dalla mia faccia, e calci. Queste perdite di controllo accadevano ogni singola sera. Vivevo in un continuo stato di terrore. Sono sicura che l’abuso mentale e verbale mi hanno spinto ulteriormente dentro il mio mondo di sogni, ma all’epoca non me ne rendevo conto.
Ne hai mai parlato con la tua famiglia?
Non potevo dire nulla. Quando dico che avevo paura della donna che mi ha allevato, è perché l’avevo davvero. Non era solo paura, ma assoluto terrore. Quando sentivo il rumore dei suoi passi tremavo perché lei entrava e si guardava lentamente intorno e poteva semplicemente dire “ciao!” oppure poteva cominciare a buttare giù le cose dalle pareti, dagli scaffali, scaraventando tutto per terra come un tornado; allora io singhiozzavo e lei mi gridava in faccia: “ripulisci!”. Una volta rovinò un Giorno del Ringraziamento solo perché avevo lasciato un calzino sull’altrimenti pulito pavimento. Era così instabile e imprevedibile. Aveva avuto un’infanzia difficile. Ho tagliato i ponti con la mia famiglia e ho cambiato legalmente nome. Lentamente, negli anni, ho trovato me stessa.
  • Parte 5
Allora, che cosa ne hai fatto del tuo fantasticare? Pensavi che capitasse unicamente a te? Lo vedevi come un problema? Sapevi che anche altre persone lo sperimentavano?
Un giorno, nel 2007, ho pubblicato qualcosa sulla mia esperienza su un forum di salute mentale. Non mi ricordo cosa me l’avevo fatto fare, ma ricordo bene che mi ero trovata a piangere sulla mia vita in un terribile stato depressivo. Ero sola, con nessuna prospettiva di un qualunque miglioramento. Non c’era mai stato nessuno nella mia vita che fosse stato almeno felice di vedermi. Entravo in una stanza e la gente al massimo faceva “uh”. Chiesi a svariati terapisti a proposito delle mie fantasticherie, ma naturalmente nessuno di loro sapeva di che cosa stavo parlando. Mi sentivo dire sempre le stesse cose: “è solo depressione” o “ah, è normale” oppure “prova a smettere”. Così ho provato a scriverne su internet e per due anni ho continuato a ricevere un sacco di commenti al mio post. Le persone si intromettevano e si domandavano con entusiasmo le stesse cose. Ho ricevuto circa 200 risposte. Ma c’erano anche persone che buttavano là suggerimenti completamente inutili. C’era anche un tizio che mi braccava, dicendo che ero pazza, così smisi di seguire i commenti. Qualche anno dopo, tuttavia, pensai: “che diamine, ora torno là ed esamino i commenti” ed ecco che vidi una nota di una ricercatrice chiamata Cynthia Shupack che diceva: “Sto studiando questo problema. Ecco il mio indirizzo email”. Tutto qua, una riga. Le scrissi una mail chiedendole “Che mi succede?” e lei mi rispose molto dolcemente. Era rassicurante e confortante, proprio ciò di cui avevo disperatamente bisogno. Era molto brava. Mi chiese di partecipare ad uno studio che stava facendo su qualcosa che si chiamava “maladaptive daydreaming” (fantasia compulsiva). Mi disse che era molto difficile trovare persone disposte a parlarne, cosa che capii immediatamente. Non volevo parlarne nemmeno io. Ma poi decisi: “beh, qualcuno deve pur farlo…”
Sei stata molto coraggiosa.
Se qualcosa deve essere fatta e nessuno la fa, mi propongo io. Sono terrorizzata, ma coraggiosa. Le persone pensano che il coraggio sia quando uno non ha paura, ma non sono d’accordo.
Che cosa hai pensato quando hai scoperto che poteva esserci un disturbo chiamato maladaptive daydreaming che gli scienziati stavano studiando?
All’inizio, penso, mi sono accorta di quanto esso avesse distrutto la mia vita, quindi ci ho visto una cosa cattiva, terribile. Ma poi ho realizzato che molte persone mi trovavano sconvolgente e non lo dico per fare un complimento a me stessa: una volta che sconvolgi la mente di qualcuno, non è detto che tornino da te.
Ora non consideri più il tuo fantasticare “compulsivo”, giusto? Come ne hai preso il controllo?
Non sono famosa per essere succinta, ma proverò a fare del mio meglio. Mi sono accorta che nessuno avrebbe potuto accettarmi fino a che non avessi mostrato che cosa c’era da accettare. Quindi il primo passo è stato venire fuori e dire: “Questo è ciò che sono”. E se stai incontrando degli esperti e loro non sanno che cosa ti sta succedendo, mentre tu ci convivi da tutta la tua vita, indovina un po’ chi è davvero l’esperta? Sei tu! Devi avere la forza di articolare quello che succede nella tua mente. E se hai paura che le persone penseranno che sei strana, beh, se sono quel tipo di persona, è molto probabile che lo pensassero già anche prima.
Che cosa ti ha aiutato?
Vivere apertamente, parlarne a chiunque, a tutti quanti, è stranamente catartico. Vedo tutto il tempo persone che decidono di smascherarsi e dichiararsi come gay o trans o parlando apertamente a proposito delle proprie condizioni mentali o a proposito di qualunque altra cosa. Nell’istante in cui dicono al mondo chi sono, sembrano immediatamente cambiare. Diventano una versione migliore di se stessi. Diventa una parte di loro e non una cosa che li controlla.
Nel lato pratico, che altro hai fatto?
Mi hanno aiutano le distrazioni. Non puoi dire: “Non sognare”. E’ come dire: “Qualunque cosa accada, NON guardare quella sedia!” Tutto quello che vorrai fare è guardare quella stupida sedia. Devi trovare qualcosa che ti distragga. E così mi sono appassionata a parlare apertamente del maladaptive daydreaming. Penso che abbia occupato la mia mente e mi abbia dato uno scopo.
E ciò ha sostituito il maladaptive daydreaming stesso?
Fantastico ancora, il mio mondo fantastico ed i suoi personaggi sono più indaffarati che mai, ma in qualche modo ora sono sfumati sullo sfondo. Sono diventata molto impegnata a interagire con le persone on-line e ho avuto anche dei seri problemi di salute da affrontare. Così mi sono trovata a stancare la mia mente con altre cose. Ma se non fantastico affatto, poi mi manca. Così ho bisogno di qualche tempo morto da dedicare al mio mondo fantastico. Credo che il mio cervello ne abbia bisogno.
Cosa intendi?
L’esempio più ovvio è stata la battaglia con i libri e lo studio all’università. Era un vero inferno, dovermi concentrare e scrivere saggi. Milton? Milton era il mio inferno personale. (nota: Milton è un famoso scrittore inglese del ‘600) Non riuscivo a concentrarmi. Non riuscivo a leggere. Dovevo costantemente ripetermi di non combattere la mia mente perché avrei perso. Non riesci a stare seduto fermo? Non combatterlo. Alzati, cammina, siediti di nuovo, scrivi un po’, alzati, cammina un po’, non arrabbiarti, siediti, prova ancora, ecc. Arrabbiarsi con il proprio cervello fa solo peggio. Collabora con lui, non andarci contro. E’ come la tua salute fisica. Scopri come andare d’accordo col tuo corpo perché ci sei dentro.
Così sei tornata all’università?
Sì, dopo che ho messo sotto controllo le fantasie. Ed è stato con uno sforzo erculeo che ho ottenuto la laurea in letteratura inglese nel 2012. Ne furono tutti affascinati. Il mio professore speculò su quanti grandi autori avrebbero potuto essere sognatori compulsivi. Invece che giudicarmi, le persone volevano saperne di più sul maladaptive daydreaming. Lo vedevano come un dono creativo.
E come vanno le cose attualmente?
Vivo una vita molto isolata. Ho praticamente trascorso ogni vacanza ed ogni compleanno da sola da quando ho vent’anni. Ho due gatti, i più dolci che siano mai esistiti. Sto più o meno frequentando un uomo, ma ci lasciamo ogni minuto. Non lavoro, ho l’invalidità (soffro di epilessia ed altri problemi).
Ci sono ancora alcune cose su cui devo lavorare. Vado fuori di testa molto spesso. Per esempio chiamando o scrivendo messaggi, e non intendo dieci volte. Parlo di cento volte, chiedendo: “Che succede? Quando ci incontriamo?” Prima che la persona riesca a effettivamente a rispondermi, io ho attraversato tutto il circolo emotivo di una rottura. Io sono la fidanzata pazza che diventa psicopatica e non smette di scriverti e chiamarti. Devo dire alle persone della mia vita che rispondano subito al primo messaggio così non diventano trecento. Non che sia colpa loro se diventano trecento, ma, beh, potrebbero aiutare rispondendo subito.
Il tipo con cui sto uscendo pensa che mi piaccia fare l’eroina da tragedia, ma non è che cerco di sembrare malata: questi problemi stanno lì, ed io cerco di identificarli per capire meglio me stessa. Perché, sai, io sono pazza. Do di matto e vado fuori di testa con le persone. Non mi piace farlo, ma ci sto lavorando. Sono migliorata, odio comportarmi in questo modo, ma posso cambiare solo fino ad un certo punto. Molte persone pensano che dovrei normalizzarmi. Non sono d’accordo: tutti noi creiamo la società, siamo parte della società, non dobbiamo essere tutti uguali.
E noi, le persone che hanno questi problemi, pensiamo di essere così rare – perché non tutti ne parliamo. Pensiamo: “è un mio problema, perciò sta a me cambiare”, ma invece la verità è: no, tutti noi contiamo in questo mondo. Ci sono persone là fuori che hanno ancora paura, che stanno ancora piangendo. Ma è importante parlare e vivere apertamente, perché il mondo deve sapere.
Fine