Decenni in un sogno ad occhi aperti

Articolo originale:

 

http://www.magtheweekly.com/detail/2173-decades-in-a-daydream

 

 

Mi siedo di fronte alla mia psichiatra, nel mezzo della legione di sessioni che abbiamo fatto assieme. Come comincio, di nuovo provo a spiegare la mia condizione intricata; lei prova a mettere insieme le parole giuste per aiutare il mio caso. Tutto inutile, penso, mentre scuoto internamente la testa. Nell’arco di due anni, sono stato da un certo numero di psichiatri che mi hanno fatto diverse diagnosi. Ma mai quella giusta. Sono il solo imprigionato nei miei stessi sogni ad occhi aperti?

 

 

Cosa accade quando i tuoi sogni impazziscono e diventano estenuanti ossessioni e dipendenze? E se le intense, avvincenti visualizzazioni che sono mere finzioni della tua immaginazione iniziassero a prendere il controllo della tua vita? E se la tua vita diventasse un mulinello di immaginazione che evita la realtà? Cosa accade quando i personaggi dei film che hai guardato e dei libri che hai letto iniziassero a recitare nel tuo anormale fantasticare? O peggio, se tu iniziassi a perdere ore creando scenari nel tuo teatro mentale che comprendono le persone reali attorno a te e possibilità che stanno agli antipodi della realtà? Cosa accade quando il fantasticare ossessivo diventa una malattia mentale?

 

 

Sarah scava nei suoi sogni, per quattro ore al giorno, mentre cammina sul pavimento della biblioteca universitaria dove lavora.  Spende queste ore fabbricando in modo incommensurabile scenari che le danno una dose di euforia. Gli studenti che visitano la biblioteca trovano la bibliotecaria molto strana; in quanto la vedono spesso sussurrare, con occhi vitrei, tra sé e sé  mentre passeggia sporadicamente tra i corridoi.

 

 

Marlin si riferisce alle proprie fughe nella fantasia come ad “episodi” che possono durare fino ad otto ore. Si trova a correre senza meta nel corridoio che collega la sua stanza a quelle delle sue coinquiline, ascoltando la stessa playlist a ripetizione, mentre immagina di sposare il suo compagno di classe e l’intero spettro di una vita borghese ideale. Spesso, quando le sue co-inquiline la scoprono nel mezzo di una sua corsa, ansante, lei mente e afferma che si stava “solo esercitando”.

 

 

Tamanna, una vedona di 42 anni, non è mai iuscita ad imparare a guidare, nonostante abbia frequentato due volte la scuola guida e i suoi figli abbiano costantemente cercato di insegnarle. Lei afferma che l’eccesso di sogni ad occhi aperti le impedisce di concentrarsi sulla guida.

 

 

 

 

Questi “daydreamers” hanno perso decenni in ciò che è uno stato mentale delirante e visivamente ricco. Hanno perso la speranza; la speranza che tale condizione mentale esista. Molti di loro pensano di essere gli unici ad essere così. Molti di coloro che hanno cercato l’aiuto di un medico, l’anno trovato una mossa inutile, in quanto “ancora non riuscivano a smettere di fantasticare”.

 

 

Ma la speranza, infine, è arrivata. È arrivata nella forma di una ricerca clinica di uno psicologo israeliano e la scoperta della condizione mentale oggi largamente conosciuta come Maladaptive daydreaming.

 

 

Si trattava di Eli Somer, un Professore di psicologia clinica dell’università di Haifa, scuola di lavoro sociale, che ha dato a questa condizione mentale un riconoscimento ed un nome. Somer è nato nel 1951, a Haifa, da genitori che erano stati rifugiati e sopravvissuti alla persecuzione nazista in Europa. La sua carriera è stata interamente dedicata al trattamento dei sopravvissuti a varie forme di trauma: guerra, terrorismo e abuso o abbandono infantile.  

 

 

E’ stato negli anni precedenti al 2002 che lo psicologo aveva notato qualcosa di eccezionalmente strano nei suoi pazienti traumatizzati. “Ho notato che alcuni dei miei pazienti con trauma descrivevano fantasie  estese che potevano durare per ore ogni giorno” rivela Somer. “A causa della natura della mia specializzazione, erano tutti sopravvissuti a qualche tipo di abuso infantile. Ho scoperto che il fantasticare esteso è un’altra forma della dissociazione: distanziare se stessi da memorie dolorose facendosi risucchiare dalla fantasia” condivide Somer, descrivendo l’inizio della sua ricerca su questa condizione.

 

 

 “Ho proceduto scrivendo le mie osservazioni in un esteso studio sul caso che fu pubblicato nel 2002. E’ stato in questo studio che il termine ‘maladaptive daydreaming’ (MD) è stato coniato” dice Somer.

 

 

Quando lo studio e il termine Maladaptive daydreaming e MD sono diventati virali, molte persone in tutto il mondo che combattevano contro lo stesso problema adottarono il termine e  iniziarono a creare forum online che miravano a fornire supporto tra pari per innumerevoli individui bloccati in questa condizione.  Ne seguì un processo estremamente interessante, con persone da tutti i paesi che scrivevano a Somer, descrivendo le loro preoccupazioni  a proposito del fantasticare compulsivamente e implorando il professore a continuare la sua ricerca nella speranza che il MD guadagnasse un riconoscimento nel mondo scientifico e professionale.

 

 

 

 

Somer parla a lungo dei sintomi più comunu associati al MD e di come impatta sulla vita degli individui che convivono con esso.

 

 “MD è una forma immersiva di una vivida e fantasiosa immaginazione che può durare per ore ogni giorno, interferendo col funzionamento quotidiano e creando disagio.

 

Molti MDers (maladaptive daydreamers) affermano che movimenti ripetitivi e l’ascolto della musica sono caratteristiche importanti associate alla loro attività di fantasia” rivela Somer, spiegando perché alcuni individui utilizzano playlist ripetitive per dare vita ai loro sogni.

 

 

I MDers trovano i loro sogni estremamente assorbitivi e si sentono dipendenti da essi. Si sentono attirati  nel loro mondo interiore, piuttosto che volgere le loro faccende quotidiane.”

 

 

La condizione non è ancora riconosciuta come un disturbo psichiatrico dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). Perché? Chiedo a Somer di fare pressione sugli psicologi affinchè essi condividano lo sforzo di portare questo disturbo al centro dell’attenzione.

 

“E’ necessario svolgere più ricerche, replicarle ed estenderle a diverse fette di popolazione. Abbiamo anche bisogno di condurre studi di imaging cerebrale per spiegare meglio i meccanismi del cervello coinvolti in questa forma unica di attività di fantasia e capire perché crea una così forte dipendenza a molti.

 

 

Si potrebbe discutere che immergersi in sottili fantasie e stare nella bolla della propria immaginazione sia una scappatoia interessante. Ma, per alcuni, la fantasia smette di essere una scelta e sfocia in assoluta sottomissione all’immaginazione. Quanto lontano può la fantasia umana allargare le proprie ali, se rimane senza limiti e senza controllo?

 

 

 

 

* I nomi utilizzati dei MDers citati sono di fantasia

** Foto nell'articolo di Roberta Cipollone