La fenomenologia del maladaptive daydreaming


questo testo è la traduzione del video di Eli Somer "The phenomenology of maladaptive daydreaming.

Link del video originale: https://www.youtube.com/watch?v=gYZ...


Ciao, mi piacerebbe parlare con voi oggi dei risultati dello studio condotto su 21 persone che cercavano supporto sul forum internet di Maladaptive Daydreaming, persone che sono venute in contatto con me nella speranza di contribuire alla futura comprensione del loro problema. L’intervista è stata sull’essenza del MDD e su com’è esserci dentro; noi (psicologi) proviamo spesso ad immaginare come sia esserci dentro da quelli che noi chiamiamo gli “esperti per esperienza”, quindi abbiamo cercato di far riflettere i candidati sugli impatti del MDD nella loro vita di ogni giorno e quello che abbiamo capito dopo un po’ è che praticamente tutti provavano una sorta di preoccupazione e di angoscia a proposito degli effetti negativi del MDD. Descrivevano un circolo vizioso nel quale prima si sentono confortati, protetti dagli effetti del mondo esterno, ma poi provavano ancora maggior angoscia nel rendersi conto di come stavano sprecando il loro tempo, il che causava ancor più daydreaming.
Un tipico esempio è quello di una persona intervistata che ha detto: “Io trascorro la maggior parte del tempo a casa sognando ad occhi aperti, vivo da sola, è tecnicamente molto facile per me sognare tutto il giorno. La mia ansia riguardo al fatto che finirò per passare il resto della mia vita fantasticando cresce sempre di più. Mi sento come un fantasma, che si sta perdendo la vita. Più forti diventano le mie paure, più diventano deprimenti, e quindi ho bisogno di fantasticare per stare meglio. E’ un circolo vizioso!”.
Dunque questa è una tipica illustrazione di come qualcuno viva l’esperienza di una vita come di “minor valore”; Questa donna descriveva sé stessa come una “sub-umana”, conducendo una vita “sub-umana” in quanto il termine “fantasma” che lei usava per descrivere questa forma di esistenza aveva una connotazione di morte.
Molti dei partecipanti esprimevano un bisogno di cambiamento, volevano essere aiutati; qualcuno ha detto “E’ un vero incubo, vorrei poter andare avanti, evolvere dalle difficoltà dell’infanzia e della mia vita, trovare uno scopo e vivere una vita che mi piace, ma tutto ciò mi impedisce di vivere la mia vita pienamente.”
Quello che abbiamo inoltre capito, e ne parlavo in alcuni video precedenti, è il ruolo della musica e dei movimenti nel MDD; quasi tutti i partecipanti descrivevano come il daydreaming fosse spesso accompagnato ed indirizzato da particolari movimenti del corpo o dall’ascolto di un particolare tipo di musica che creava la base per il particolare copione che stavano creando nella loro testa ed a volte da tutte e due le cose.
Questi sono una specie di “rituali di induzione”; noi non capiamo ancora bene qual è il ruolo dei movimenti in tutto ciò; qualcuno può cominciare a fantasticare mentre guida la macchina o mentre è un passeggero, mentre alcuni quando fanno passeggiate o jogging non riescono fare a meno di cadere dentro al loro mondo, senza quasi accorgersene; ma molti altri creano dei movimenti ripetitivi che servono a far partire questo procedimento di creazione di fantasie. E’ possibile che questo tipo di movimenti creino una specie di ipnosi ed attivino delle parti del cervello che aiutano la concentrazione, ma è anche possibile che attivino delle regioni del cervello le quali facilitano il fantasticare e la concentrazione. Non ne siamo ancora sicuri, speriamo che futuri studi gettino luce su questo affascinante fenomeno.
Quello che è importante dire è che siamo consapevoli dell’esistenza di tutta una letteratura scientifica che ha studiato un disordine che compare già nell’infanzia e che si chiama, se non sbaglio: “Stereotypical movement disorder” (disordine del movimento stereotipato); esso compare soprattutto nei bambini, e riguarda movimenti ripetitivi con gli arti o come cullarsi o dondolarsi. Ciò che è particolarmente interessante per me è che gli studi riportano riportavano che alcuni di questi bambini, mentre facevano tali movimenti, sperimentavano delle fantasie ed erano immersi totalmente nel loro mondo interiore.
E’ dunque molto importante che chi si occupa di studiare questo tipo di disordine nei bambini, condivida i risultati per gettare una sempre maggior luce anche sui processi del MDD.
Un altro tema emerso durante le nostre interviste è stata l’importanza della solitudine; ci sono parecchie ragioni per le quali queste persone preferivano stare da sole quando sognano. Un partecipante raccontava: “Comprendevo che avrei dovuto spendere più tempo possibile con altre persone e non stare solo, perché quando sono solo non posso fare a meno di fantasticare, e quando sono con altre persone, loro distraggono la mia mente e non riesco a fare entrambe le cose.” Tali erano le considerazioni di questa persona, tuttavia quello che risulta tipico dalle testimonianze dei partecipanti è che preferiscono molto starsene da soli a fantasticare, piuttosto che stare con le altre persone.
Per esempio uno dei partecipanti ha detto: “Sono arrivato gradualmente a capire che se cerco di organizzare la mia vita in modo da avere frequenti interazioni sociali che non posso evitare, il mdd sarebbe molto più sotto controllo, ma la mia fantasia è molto più divertente e le persone mi rendono nervoso.” Dunque queste persone hanno poca motivazione a stare con gli altri; molte sono timide e socialmente ansiose, ma nella loro mente riescono invece ad essere scure di sé e ad interagire con altri personaggi.
E per quanto riguarda i contenuti? Il mondo creato da ognuno varia moltissimo; ogni persona che soffre di MDD crea un proprio mondo che risponda alle proprie esigenze perfettamente. Gli intervistati in sostanza creano storie continue, che a volte si alternano tra diversi mondi preferiti, tra i quali possono muoversi e che evolvono all’infinito come una soap opera; alcune storie continuano sin dall’infanzia, con i personaggi che si evolvono ed invecchiano.
Ma al di là di tutti i diversi mondi raccontati, si possono riconoscere due temi maggiori; relazione e vita famigliare è uno e l’altro è lo stato sociale. Nel primo caso, i partecipanti creano di solito scene complesse riguardanti amore, relazioni famigliari. Per dare un esempio uno fantasticava di avere un fratello e una sorella di diciassette anni, molto belli e di successo e che erano anche migliori amici; inoltre avevano molti altri amici e provavano un profondo sentimento reciproco e la persona dichiarava che l’amore provato in queste relazioni superava di molto quello provato nella vita reale.
Quindi questo primo tipo parte da una insoddisfazione rispetto alle proprie esperienze affettive e famigliari e risulta nella creazione di una famiglia sostituta compensatoria che, ovviamente, risulta molto gratificante da alcuni degli intervistati.
In riguardo al secondo punto, bisogni simili operano al di sotto. Per esempio, un intervistata disse: “Una delle prime fantasie che ricordo è quella di salvare le persone. Credo che fossi in 2° o 3° elementare, e immaginavo che qualcosa di terribile succedeva ai miei compagni di classe e io li salvavo. E sogno ancora cose del genere”. Dopo una profonda discussione con questa persona, è saltato fuori che da piccola lei non era per niente popolare a scuola, era una bambina molto isolata e pertanto auspicava disperatamente a un qualche tipo di riconoscimento per i propri talenti e per la propria persona.
Un’altra questione importante da affrontare quando parliamo di questo tipo di fenomeno è che, a differenza di altre fantasie, come per esempio della musica che suona nella mente, il MDD è pieno di ogni tipo di emozione; le persone parlano di amore, paura, eccitamento, orgoglio… dunque è qualcosa di molto diverso da altre patologie psichiatriche, o flashback post-traumatici, in quanto il MDD è molto ricco di dettagli ed emozioni.
L’immaginario dei maladaptive daydreamers è molto ricco e diversificato e le persone riportano di piangere o ridere, ogni genere d’emozione, tristezza, felicità, amore… Pertanto, la parola chiave che era predominante qui, era la parola “creare”. Parlavano di creare diversi scenari, diverse scene, cercando “esperienze correttive”, “emozioni correttive”.
E’ molto interessante notare che alcuni dei nostri partecipanti al test hanno parlato del piacere di fantasticare su scene interpersonali o esperienze che implicavano orrore, ansia o tragedia, cose che li portavano alle lacrime o a reazioni fisiologiche come sudore o palpitazioni.
Quando è stato loro chiesto perché lo facessero, in quanto avrebbero potuto scegliere di elaborare storie molto più ottimistiche, alcuni mi chiesero perché alle persone piacciono i cibi speziati o piccanti, o il peperoncino, è doloroso! Ma si sa che c’è un controllo di questo dolore e può esserci del piacere in questo dolore, così come accade ad esempio alle persone che giocano con il bondage nelle relazioni erotiche e sanno che è sotto controllo ed è solo un gioco. Pertanto, quando uno crea nella mente una situazione altrettanto avversa ma che è sotto controllo, ne trae godimento dal senso di poterla controllare. Altri mi hanno portato l’esempio dei film horror. Evidentemente c’è una linea sottile là tra piacere e sofferenza; quando le persone sono responsabili e sono loro che elaborano le fantasie, sembra che il gusto raddoppi nel posizionare se stessi in un ambiente spaventoso, ma nel quale hai pieno controllo.
Per concludere, è evidente che qui si tratta di un fenomeno unico, diverso dal sognare ad occhi aperti, dal basilare vagare con la mente. Qui parliamo di un fenomeno che implica una volontaria, estremamente complessa e ricca elaborazione di scenari, di emozioni, di trame che possono durare anche mesi o anni, che esaudisce bisogni emotivi, ma che dall’altro lato ruba moltissimo tempo, creando un senso di disagio e interferendo con le attività quotidiane, poiché le risorse dell’attenzione che una persona può dedicare ad un particolare momento di tempo sono limitate. Pertanto, se tutte le tue risorse dell’attenzione sono rivolte all’interno, è per forza a scapito dell’attenzione che sarebbe stata necessaria nelle tue responsabilità nel mondo esterno.
Se desiderate leggere di più su questo particolare studio, si chiama “Parallel Life, a phenomenological study of the lived experience of maladaptive daydreaming” (Vita Parallela, uno studio fenomenologico sull’esperienza vissuta del maladaptive daydreaming) ed è stato pubblicato l’anno scorso sulla rivista scientifica dedicata ai traumi e alla dissociazione.
Grazie.